Bollettino 04 – Scatto matto a Cicciolina

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«Sai giocare a scacchi, Ilona?»

La domanda sorge spontanea a chi è spontaneo. Vuoi perché l’Ungheria è terra di grandi scacchisti. E vuoi perché Ilona, nella propria vita, ha praticato sia l’arrocco che il matto in tre mosse.

Teatro Sant’Ercolano è il romanticismo di parentesi che scivolano via in una piega remota del tempo in cui davvero viene da chiedersi quale sia il confine fra la finzione e la realtà. Fra il credere fortemente in un’arte e il vederla realizzarsi ai piedi di una fontana.

Simultanea di scacchi. L’onorevole contro tutti. Stavolta da vestiti, s’intende. Con la corona di fiori che fu portata in Parlamento a celebrare, fra i tristi scranni della comodità più austera, l’amore libero per la rigenerazione di un paese mai cambiato. Che periodicamente ricade nella trappola del tradizionalismo autoritario.

Cicciolina è la dea decaduta che ancora infiamma pubblici e platee. L’icona dell’amore dato e mai reso. Del paradiso dei sessi che si sfiorano e poi confliggono fino a farsi nemici. E costringere la giocatrice al rapimento del figlio in terra straniera. Apertura a Fiumicino, torre a New York, diagonale dell’alfiere a Cuba e fuga in Italia lasciando lì i pezzi, la scacchiera e l’amor perduto.

È una partita già scritta. Comunque vada la regina resterà regina e i pedoni resteranno pedoni. Perché nella confusione dei tempi, una sola cosa è immortale: il fascino scintillante delle ultime star. Ovunque riconosciute, guardate, scrutate e sparlate. Dove sono le nuove star, oggi che i 15 minuti di popolarità sono diventati al massimo due e mezzo?

Non muoiono gli dei. A morire è la fede dell’ingrata schiera dei mortali.

E non muoiono allora, Cicciolina e Sparagna. Alleati fin dai tempi d’oro di Frigidaire e ancora amici, complici fianco a fianco di una battaglia che li ha visti cedere solo all’abilità di una giovane di fama mondiale. Gli altri, chi più chi meno: tutti sbaragliati.

Ma non è la vittoria a rendere gli dei immortali. Piuttosto la gestione delle proprie forze come espressione diretta di un’eleganza del gesto che solo la vita vera può insegnare. La complicità che ci fa scegliere, quando la mano di uno è sulla torre e quella dell’altro sul cavallo, chi debba muovere. Perché più bella della vittoria è la mossa sicura che fuoriesce da un’intesa silenziosa.

Chi vuole spazzare via gli dei, e perché?

È una domanda antica quanto l’uomo. E un desiderio umano quanto la mediocrità. Uomini piccoli che attaccano storie grandi. Malcomprensioni che si fanno violenza politica. Il solito incendiarsi a vicenda dell’uomo che da solo non è mai pericoloso, ma in gruppo diventa perfino brutale.

Troppo facile accerchiare con le torce di fuoco una casa di paglia. Eppure c’è chi non smette mai di farlo.

Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del tuo tempo. Ma sappi che uccidere gli dei non renderà – te – Dio. Ma solo uno dei tanti furfanti che hanno fatto la storia in negativo.

Per gli altri, al massimo, la casa di paglia diverrà casa di nebbia. E il tappeto di stoffa tappeto di fango. La palude degli dei non è poi così umida. Mentre la casa dei mortali, benché rassettata ogni mattina con cura, si arreda spesso della bruttezza di chi la vive.